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Recensione: Måneskin – Teatro d’ira – Vol. I

Freschi di vittoria all’Eurovision Song Contest con il singolo Zitti e Buoni, i Måneskin sono sulla bocca di tutti. Måneskin, Moleskine, Naziskin… chiamateli come vi pare. Quel che conta è che il gruppo di Roma è riuscito a trasmettere l’immagine di un’Italia esplosiva in mondovisione. Due mesi fa sono stati in molti a non recepire bene il podio di Sanremo, ma mentre si esibivano alla Rotterdam Ahoy in competizione con le altre nazioni europee (e il Regno Unito, con il quale gli effetti della Brexit si sono fatti sentire!), il patriottismo ha superato i gusti musicali e i pregiudizi verso una band giovane che non ha paura di discostarsi dall’idea che l’italiano medio ha tuttora della “buona musica”.

Pubblicato lo scorso marzo, Teatro d’ira Vol. I è il secondo album in studio del gruppo. “Vol. I” allude a una futura seconda parte, inquadrando il disco in un progetto artistico più ampio. Per ora ci godiamo le otto tracce contenute nel primo volume.

il teatro dell ira mankesin album cover

La nostra non è una rabbia nei confronti di qualcuno, ma un’ira che smuove, che crea le rivoluzioni, un’ira catartica rivolta alle oppressioni e agli oppressori, che porta a sfogarsi e a ribellarsi verso tutto ciò che ti fa sentire sbagliato e che, come risultato, porta a una rinascita e a un cambiamento.

C’è la “rabbia” teatralizzata di un gruppo che cerca di distaccarsi da un album d’esordio, Il Ballo della Vita, carino ma in cui si fatica a trovare un tratto distintivo, per lanciarsi anima e corpo nella dimostrazione della loro evoluzione artistica. Questa volta sono più decisi, più indirizzati, più incisivi. Salgono sul palco, il sipario si apre, e con energia e strafottenza danno sfogo alla loro indole “simil-rock” – puntualizziamo che ho usato “simil” perché i puristi del rock accusano il gruppo di non avere niente a che fare con il rock autentico, ma piuttosto di giocare con l’estetica di questo genere. “Simil” o non “simil”, non si può negare che i Måneskin siano una vera e propria ventata d’aria fresca e ce la stiano mettendo proprio tutta per internazionalizzare il panorama musicale italiano.

Le highlights dell’album restano “Coraline”, “Vent’Anni” e “Lividi sui Gomiti”, le tracce più personali, intrecciate con la loro carriera e le loro aspirazioni.

Coraline è una bambina che deve ancora trovare il suo posto nel mondo e in questo assomiglia ai quattro ragazzi che stanno crescendo e cercando di reggere la scena nel teatro della vita.

Vent’Anni è un traguardo in cui inizi a vederti per quello che sei e ti metti in relazione con ciò che vorresti essere. Ti metti in discussione, ti odi e ti ami e chiedi scusa se il tuo essere giovane ti spinge a scegliere la strada più difficile. E loro, tirando le somme sull’oggi e sul domani, si stanno pian piano aprendo un varco nel futuro della musica, cantando a gran voce chi sono e chi vogliono diventare.

Lividi sui Gomiti parla della “paura di brillare” che si ha quando si è giovani, ma lo fa senza autocommiserazione, perché Damiano afferma “mi resta la mia strada, gli sguardi, tre amici non codardi, e se il mondo l’ha capito adesso, inizierà a guardarci”.

A Teatro d’ira Vol. I non manca coraggio e sfacciataggine, elementi base per richiamare l’attenzione di un pubblico restio ad acclamare la novità, ma che sotto sotto è curioso e tende l’orecchio. Starà a questi ventenni cavalcare l’onda e farsi sentire.

A noi il coraggio non manca, siamo impavidi.