angles the strokes illustrazione new york

Recensione: The Strokes – Angles

Dopo quattro anni di assenza dalla scena musicale, il 9 giugno 2010 i Venison si sono esibiti in un concerto segreto a Londra per un piccolo pubblico di fortunati. La scaletta li ha subito traditi: quelli sul palco erano infatti i The Strokes, pronti ad annunciare il loro ritorno in tour.

Ma i fans non ci sono cascati: la band aveva infatti seminato indizi qua e là per attirare la loro attenzione, e tra un tweet che riportava “Good morning London” e un altro che invitava ad andare al Dingwalls di Camden, non ci è voluto molto a smascherarli. La gente si è precipitata a comprare i biglietti che, neanche a dirlo, sono andati sold-out in un batter d’occhio.

Angles non è quell’album che ti viene subito in mente quando pensi ai The Strokes, quel posto spetta all’iconico Is This It?, successone d’esordio rilasciato dieci anni prima, che ha il merito di aver lanciato la band di Julian Casablancas nel firmamento dell’indie rock. 

the strokes angles cover album

Angles è diverso. Appartiene a quella categoria di album di ritorno nelle scene che non hanno assolutamente intenzione di riprendere da dove lasciato. C’è voglia di differenziarsi, di far capire che il gruppo si è evoluto e che Is This It? è ormai roba vecchia. Il frontman mette le carte in tavola già nel primo singolo, “Under Cover of Darkness”, con un riferimento neanche troppo velato alla loro hit più famosa, “Last Nite”, divenuta quasi nauseante alla sue orecchie:

Get dressed, jump out of bed into a vest
Are you okay?
I’ve been all around this town
Everybody’s singin’ the same song for ten years!

The Strokes – Under Cover of Darkness

Lo stile è inconfondibile: pur conservando i tratti del garage rock, questo nuovo album accarezza la “new wave” pop-rock di fine anni ‘70. Ma tutto sommato sembra faticare nel suo tentativo di ostentare un’evoluzione. Forse la sensazione di essere un album che non osa, a tratti ripetitivo, rispecchia il suo processo di creazione (definito addirittura “awful” dal chitarrista Nick Valensi): si vocifera che Julian Casablancas non fosse in studio con il resto della band al momento della registrazione, realizzando samples vocali a distanza e collaborando in modo frammentario coi colleghi.

Buono dunque l’intento, ma non i risultati: questo progetto doveva rappresentare la rinnovata essenza del gruppo, ma è il gruppo stesso a non crederci abbastanza. Sembra esserci un desiderio latente di far ritorno al porto sicuro degli album precedenti (anche se First Impressions of Earth aveva deluso le aspettative).

Una nota positiva se la beccano la traccia più funky “Machu Picchu”, e le più pop “Life Is Simple in the Moonlight”, “Two Kinds of Happiness” e “Games”. I brani più “sperimentali” – forse termine eccessivo – sono “You’re So Right” e “Metabolism”, nelle quali i fans hanno rintracciato le sonorità di Muse e Radiohead. Le rimanenti “Taken For a Fool”, “Gratisfaction” e “Call Me Back” riconfermano una vana ricerca della spontaneità e freschezza di un tempo, ma di certo perdono di vista l’obiettivo dell’album.

Angles è nel complesso apprezzato: come si suol dire, “intelligente, ma non si applica”. Niente a che vedere col più recente e maturo The New Abnormal che quest’anno si è portato a casa un Grammy Award come miglior album rock.