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Up-People: Le Endrigo

È uscito venerdì 16 aprile il nuovo album de Le Endrigo. No, non avete letto male, proprio Le Endrigo. Se li conoscevate come Gli Endrigo, capirete bene che per la band è cambiato tutto. Oppure niente. Dipende dai punti di vista. La band, infatti, ha apposto questo piccolo grande cambiamento nel suo nome in modo da unirsi alle battaglie per riuscire a sradicare ogni stereotipo di genere. Il loro scopo è quello di mandare un messaggio – già a partire dal nome – diverso dal solito machismo discriminatorio a cui il mondo della musica ci ha abituato, ed il loro ultimo album è un altro passo verso la direzione intrapresa dalla band. Tanto è vero che il titolo dell’album, Le Endrigo, è omonimo della band stessa.

In questo disco, fuori per Garrincha e Manita Dischi, Le Endrigo ci raccontano l’inclusività, la libertà espressiva e la noncuranza verso qualsiasi tipo di giudizio negativo che possa andare ad influenzare la stabilità dei membri del gruppo. Ogni brano sembra essere frutto di band diverse, una commistione di generi, influenze e stili musicali: semplicemente Le Endrigo fanno ciò che gli va, senza il timore delle aspettative del loro pubblico.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con loro, per saperne di più sulla vita da tour, sulle dinamiche della band e qualche segreto riguardante il nuovo album:

Ciao! Innanzitutto, mi viene spontaneo ringraziarvi per la vostra scelta di veicolare in modo diverso la direzione intrapresa dal mondo della musica, spesso unidirezionale e non inclusiva, grazie alla semplice aggiunta dell’articolo determinativo “Le” nel vostro nome. Come si riflette questa scelta sul vostro ultimo album omonimo, Le Endrigo?

Ciao e grazie per le belle parole! Per noi questo cambiamento rappresenta una sorta di rinascita, una svolta contro i privilegi machisti. È assurdo che nell’epoca in cui viviamo un articolo determinativo faccia ancora la differenza, per questo non vogliamo godere di alcun tipo di privilegio che ne deriva: vogliamo far sentire la nostra voce tramite questo gesto, e questo album omonimo è il modo giusto per dare ancora più risonanza al nostro messaggio.

Qual è il significato della grafica in copertina?

La grafica in copertina nasce da una serigrafia di Eugenio Nittolo che ha scelto Matteo Romagnoli, il boss di Garrincha. Avrebbe dovuto rappresentare un uomo-ratto a simboleggiare un po’ questa sorta di bestialità in ciò che siamo stati. Purtroppo ci hanno detto tassativamente che la copertina non sarebbe potuta andare nei negozi nella sua versione integrale (che troverete aprendo il cd o il vinile) e quindi quello che si vede è solo una parte di ciò che avrebbe dovuto essere.

In Standard Rock Per Chi Ci Ascoltava Prima E Ora È Rimasto Deluso, titolo già molto provocatorio di suo, affermate “sono gli effetti collaterali / che ci fottono”. Di quali effetti collaterali parlate? Da cosa avete paura di “essere fottuti”?

La canzone parla del rapporto con gli amici che ci seguono dall’inizio e magari potrebbero storcere il naso davanti a un suono un po’ diverso. Il titolo è semi-serio appositamente per chiarire che è una presa per il culo amichevole, in primo luogo a noi stessi.

Gli effetti collaterali sono proprio questi: uno inizia a suonare quello che gli pare semplicemente perché gli viene spontaneo, ma quando qualcuno inizia ad ascoltarti e credere in te nascono anche delle responsabilità (la maggior parte delle volte ingigantite nella propria testa). L’unico modo per non farsi fottere e schiacciare da questo peso è fare quello che ci si sente, anche se magari rischi di deludere qualcuno.

Meglio essere onesti con sé stessi, e accettare che qualcuno possa non gradire più.

Più su del cielo c’è / il cazzo enorme / di chi suona”: è ovviamente super noto il sex appeal di qualsiasi persona una volta salita su un qualsiasi tipo di palco. Raccontateci qualche aneddoto ai tempi dei i live, quelli veri.

Questa è la classica domanda a cui si fa fatica a rispondere perché ce ne sono centinaia, e finisci per non ricordarne nemmeno mezzo. Una volta abbiamo dovuto aspettare che il gestore del locale lo aprisse con un coltello a serramanico; un’altra abbiamo guidato fino a Reggio Calabria da Brescia e ci hanno avvisato a 60 km che il live non si sarebbe fatto.

Così, a braccio: ci sono state volte in cui: siamo finiti in un castello, credevamo che uno di noi fosse stato arrestato, il proprietario di un locale ha annullato la data la sera stessa perché voleva andare a vedere un altro live. Gabri è caduto dal palco mille volte. Una volta il dj del locale ha provato l’impianto nelle cuffie di Ludo e si è dimenticato di spegnere. Lui non l’ha detto a nessuno dio solo sa perché e si è fatto tutto il live con la musica di sottofondo nelle orecchie mentre suonava.

Comunque nel pezzo quell’immagine di musicista è rappresentata in modo grottesco e negativo, un po’ come Ludo che non avvisa che ha la musica in cuffia.

Qual è il significato che attribuite al vostro neologismo, Korale?

Korale è una parola inventata da Gabri con i suoi studenti, dei richiedenti asilo a cui insegnava italiano in un centro di accoglienza. Provenendo da diverse parti dell’Africa parlavano tutti lingue diverse, così hanno creato una parola nuova da cantare tutti insieme (infatti il coro del pezzo è cantato da quattro di quei ragazzi).

In Korale parlate di “sta trappola di Lombardia”, Come vi rapportate al vostro luogo di origine? Dove vivete attualmente ed in che modo conciliate il lavoro con Garrincha e Manita Dischi al resto delle vostre vite?

Nel pezzo il punto di vista di chi canta è quello di un rifugiato africano arrivato qui dopo un’Odissea nel Mediterraneo. Noi abbiamo un rapporto molto più sereno con la nostra regione di origine, Lega di merda a parte.

Gabri vive a Roma mentre gli altri sono ancora a Brescia. Gestire la doppia vita di musicista e lavoratore (Gabri insegna lettere, Matteo è psicologo-educatore e Ludo designer) normalmente è estremamente difficile, magari la domenica sera stai suonando a Prato e la mattina dopo devi essere al lavoro in hangover. Oggi che i live sono fermi, purtroppo, è estremamente semplice.

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In Stare Soli raccontate “la mia debolezza / è uno stile di combattimento”, avete anche affermato di essere abbastanza timidi. Quindi sotto questa apparente corazza di band strong e rock & roll, si nascondono tre giovani ragazzi con dei sogni ed ambizioni, un po’ come tutti noi?

In realtà siamo fragilissimi, pieni di incertezze, dubbi e debolezze. Il senso del pezzo è proprio questo: sticazzi, basta far finta di gonfiare il petto sempre e comunque, siamo quello che siamo e va bene così. Anche se sul palco ci sentiremo sempre un po’ dei supereroi, fuori luogo ed alcolizzati ma sempre supereroi.

Non temete il giudizio, vi piace sperimentare e non inserirvi in un genere ben definito. Ma quali sono le band a cui vi paragonereste al momento?

Ultimamente facciamo abbastanza fatica a definirci o trovare similitudini con altre band e la cosa a dire il vero ci rende molto contenti.

Quando siamo nati volevamo essere gli Afterhours o I Ministri ma non eravamo abbastanza bravi. Ancora oggi siamo un misto inconsapevole di ciò che ascoltiamo e sappiamo più o meno suonare (punk, rock, indie tamarro, cantautori vari) e ciò che ascoltiamo e non sappiamo assolutamente suonare (R’n’b, soul, hip-hop, musica elettronica). Volevamo sembrare i The National ma col cazzo che ci siamo riusciti. E per fortuna, così siamo semplicemente Le Endrigo.

Per Ludovico: com’è per te far parte di un trio in cui due sono fratelli? Come gestite il rapporto fra voi tre?

Siamo tutti persone stupende e meravigliose, non litighiamo mai e spesso ci accarezziamo a vicenda. Ludovico è felicissimo ma non è autorizzato a rispondere.

La dimensione live caratterizza la vostra identità di band e l’album stesso. Avete in programma dei live per quest’estate (ahimè a sedere)?

Abbiamo in programma dei live semi-acustici, full band ma un po’ più adatti alla situazione seduta. Speriamo di poterne fare il più possibile perché qua stiamo smattando.

Intervista di Paola Paniccia

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