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Up-People: Boetti

Boetti è il nome d’arte che Damiano e Meti hanno preso in prestito dall’omonimo artista italiano esponente della corrente dell’arte povera in Italia. Sulla stessa riga del Boetti artista, anche il duo pratese ha deciso di portare avanti la “povertà” del testo, povero nel senso di scarno, di testo nudo e crudo, come è anche il loro ultimo singolo “Loreto”.

La produzione di Andrea Pachetti ha poi donato al brano quel sound rock che ad oggi è difficile poter ritrovare con facilità nelle uscite dell’indie italiano.

Affascinati dall’aura di apparente riferimento religioso, “Loreto” è tutto ciò che non vi aspettavate. Ma noi preferiamo fermarci qui, il resto lo lasciamo raccontare ai Boetti!

Ciao Boetti, oramai siamo al terzo disco e alle interviste sarete abituati. Per farvi subito ben figurare, rivelateci un’opinione impopolare che condividete e che sicura-mente lascerà di stucco i nostri lettori.

Il mondo della musica è troppo faticoso e snervante, meglio investire sul calcetto.

Avete esordito quasi un anno fa in pandemia completa, oggi siete al terzo singolo e la situazione pare non cambiare. Come si sta senza live? E cosa scopriranno i vostri ascoltatori, da sotto i palchi dei vostri concerti?

La situazione cambierà, deve cambiare. Un anno senza live vuol dire un anno senza vita e la cosa fa soffrire davvero tanto. Anche perché la nostra musica non è fatta per essere condivi-sa o promossa solo sui social, ma per essere urlata nei locali, nelle piazze. La potenza che non diventa atto è frustrante. In questo periodo storico le persone hanno bisogno più che mai di sfogarsi, di scrollarsi di dosso quella tensione opaca mista a pessimismo che da troppo tempo stanno accumulando. E tornare ai concerti, alla socialità e ai rituali dei live, non può che aiutarci a stare meglio: c’è scritto nella maggior parte dei messaggi che riceviamo.

Proviamo a fare il sunto. “Psicomadre” è stato il primo dei vostri tre singoli, seguito poi da “Golden Boy” e oggi “Loreto”. In realtà, “Loreto” mi sembra un po’ la sintesi fra le parti, a livello di contenuti: c’è la ferocia di “Golden Boy”, sì, ma anche la disperazione generazionale di “Psicomadre”. C’è o non c’è, questo filo rosso che collega le parti?

“Loreto” nasce da un senso di smarrimento, una quasi totale perdita del senso. Può succede-re quando cambi città. In questo caso lo smarrimento è stato duplice: uno di tipo più interiore e identitario, tipico del ragazzo di provincia catapultato in una geografia urbana dispersiva (in questo sta il punto di contatto con “Psicomadre”), l’altro invece di natura anaffettiva e sociale, dovuto soprattutto all’apoteosi del cosiddetto consumo di massa e dell’apparire (e qui ritorniamo al tema di “Golden boy”). Ogni canzone è nata comunque in piena autonomia rispetto alle altre. Se tutte risultano effettivamente così interconnesse è perché sono state scritte in un momento della nostra vita in cui le esperienze e i modi di reagire a queste erano tra loro piuttosto simili.

“Loreto” è una delle zone più conosciute di Milano. Che rapporto avete con la città meneghina? E cosa rappresenta per voi, Loreto?

Milano è la città dei miracoli, è il posto dove tutto può accadere. Vuoi farti ascoltare da una major discografica? Vuoi far conoscere il tuo brand ai grandi investitori? Lavori nella moda? Nel mercato dell’arte? Cinema e TV? Street food? La risposta è sempre Milano. A Milano c’è letteralmente il Mondo e si articola una società così ampia e ampiamente stratificata (a livello anagrafico, economico, etc.) da essere, anche senza volerlo, piena zeppa di contraddizioni. Perché si vedono senzatetto dormire sui cartoni, davanti alle vetrine in via Montenapoleone. Al FuoriSalone della Design Week il padiglione più quotato è quello degli aperitivi. Banalmente Loreto, per la sua vicinanza con la stazione centrale, è il cordone ombelicale che ti tiene attaccato alla normalità, impedendoti di sprofondare troppo in questi meandri.

Cosa ci dovremmo aspettare da voi, nel prossimo futuro? Oramai, dopo tre singoli, sembra davvero l’ora di un disco. Niente spoiler?

È più di un anno che non vediamo l’ora di pubblicare questo disco. Un album registrato lungo tutto il 2019: quattro sessioni spalmate in dodici lunghi mesi, durante le quali abbiamo inizialmente messo a fuoco il tipo di produzione che volevamo affrontare con Andrea Pachetti poi, una volta presa consapevolezza, dei nostri mezzi siamo andati in crescendo. Un disco maieutico, eterogeneo in tutti i sensi, che ci servirà da base di appoggio per il successivo e che non vediamo l’ora di portare in giro non appena si potrà tornare a suonare dal vivo.

Domanda finale, al fine della risoluzione di questo problema “Covid”: come si esce dalla pandemia, senza dimenticarci di essere umani? È una domanda, tragica e rassegnata, ma pur sempre una domanda.

Coltivando la bellezza, avendo cura del bello e continuando ad esprimerlo anche se privatamente nelle nostre case. Arriverà il momento in cui potremo (anzi dovremo) esternarlo agli altri e in quel momento non potremo permetterci di essere rancorosi, animaleschi. Sarebbe uno spreco storico.