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Up-People: Guidobaldi

Università e caffè by day, composizione di canzoni by night. Stiamo parlando di Guidobaldi, nome d’arte del cantatutore romano Matteo Guidobaldi classe ‘94, che il 23 Marzo è tornato sulla scena con il nuovo singolo Ponte Vecchio.

Il brano è il risultato di un amore finito da un lungo periodo di tempo e un approccio malinconico, ma, realistico nei confronti dei ricordi e le persone legati ad esso.

Supportati da una voce protagonista nitida, quella di Guidobaldi, l’insieme è condotto con una franca naturalezza e una base vivida con classici slanci tipici del cantautorato italiano.

La grazia dei progetti del cantante ed in particolare di Ponte Vecchio è la capacità di coinvolgere e regalare quel feeling di musica dal vivo di cui si sente moltissimo la mancanza negli ultimi tempi.

A cosa pensi? Quando ripensi a me diventi triste o ti viene da ridere?”

Inizia così il brano, offre una nota nostalgica marcata da una scrittura spontanea e trasforma dunque il personale in acustico. Una bellezza autentica, essenziale, talvolta sentimentale quella che circonda il cantante ed il suo pezzo. È un ritorno alle origini con una nuova coscienza: di essere umani, di vivere, di sbagliare, di non essere soli anche quando il tempo sembra incidere senza sosta.

Guidobaldi ha polaroid per tutti e rilevanti novità. Abbiamo avuto l’opportunità di approfondirle con una chiacchierata insieme, qui sotto trovate l’intervista!

Ciao Guidobaldi, il 23 marzo esce il tuo nuovo singolo Ponte vecchio, come ti senti?

Sono molto emozionato, perché questa canzone mi ha tolto il sonno per molto tempo. Sono davvero felice che esca e che possa finalmente entrare nei cuori di chi vorrà ascoltarla.

Il brano è sicuramente un pezzo malinconico da cantare a squarciagola. Se potessi scegliere una frase chiave che la rappresenti quale sarebbe e perché?

La nostalgia è centrale nel brano, quindi penso che la frase chiave che lo rappresenti al meglio sia “ma ci sono giorni in cui ti penso e più ti penso e più mi pento”. Le nostre vite vanno avanti, ma spesso un luogo, un profumo, un biglietto sul frigo, ci ricordano persone a cui eravamo legati, ma che oggi non frequentiamo più.

Tema principale di Ponte Vecchio, la fine di un amore, è un tema evergreen. Ci si immagina attivamente protagonisti del dolore nelle strofe ed è ancora più facile grazie all’allestimento scenico. Ponte vecchio è un’attrazione turistica nota, oltre agli altri posti nominati, ed ascoltando il singolo la localizzazione aiuta ad immedesimarsi e avere un’esperienza visiva e di ascolto migliore. Cosa ci è sfuggito però?

Mi piace pensare che le persone quando ascoltano le mie canzoni abbiano in mano una polaroid che io sviluppo nel tempo di 3 minuti e che alla fine si ritrovino all’interno di essa.

Ponte Vecchio è uno dei posti più romantici di Firenze, ripercorrerlo in solitaria non può non ricordarti un amore passato. A volte la localizzazione è uno strumento fondamentale ai fini della narrazione della storia che sto raccontando: pone l’ascoltatore in un determinato spazio, ma non limita la sua immaginazione.

Si evince sia in Ponte Vecchio che nei tuoi lavori precedenti una scrittura pulita e sincera, il cantautorato italiano sembra avere una grande influenza sulla tua musica. Inoltre c’è una profonda sfumatura brit-rock nelle basi ed insieme ai testi creano un’eufonia singolare. Oltre a questo quali generi ti piacerebbe sperimentare?

È vero, sono cresciuto col cantautorato italiano e il brit-rock e penso sia normale che il mio primo disco risenta di queste influenze, ma non mi pongo limiti. Sono sempre aperto a nuove sfide: mi piacerebbe scrivere qualche brano soul…vedremo!

Spartire in due il dolore nel condividere un brano ed essere ascoltati a momenti è terapeutico. È forte la relazione binaria tra le tue canzoni e chi ti ascolta. Cos’è la cosa più importante che vuoi trasmettere ai tuoi ascoltatori?

La mia umanità. Voglio che sappiano che provo le stesse cose che provano anche loro. Non mi sento un osservatore esterno, sono immerso nel mondo dei miei ascoltatori.

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Ad un anno a questa parte che tipo di esperienza hai avuto legata all’emergenza Covid-19 sia come artista sia come persona? Che cos’è cambiato per te e in che modo si riflette nel tuo processo creativo?

Mi sento sospeso in un limbo infinito. Ho 26 anni e sto cercando di capire cosa voglio fare da grande e questo 2020 non mi ha dato particolari indizi. Ho affrontato il Covid-19 con tutta la mia famiglia, per fortuna abbiamo vinto noi, ma non abbassiamo la guardia.

Questo progetto è stato pensato per essere suonato dal vivo, non l’ho mai fatto fuori da Roma e spero di poterlo fare presto, perché è l’unico modo per noi artisti emergenti di poter promuovere davvero la nostra musica: i social e le piattaforme digitali sono in sovraffollamento, è difficile così crearsi un pubblico sempre più grande. Ma stringo i denti e guardo al futuro con ottimismo grazie ai messaggi di supporto di alcuni fan sparsi per l’Italia: spero di raggiungerli tutti un giorno e ripagarli della fiducia che hanno riposto in me in questi tempi difficili.

Nonostante la pandemia non ispiri molto, sto scrivendo nuove canzoni. Prima del lockdown raccontavo di più la mia vita o quello che le girava attorno, ora ho intrapreso un viaggio più introspettivo, voglio raccontare me ovvero la persona che si siede dietro al pianoforte.

Ma non so se questo cambiamento sia dovuto alla pandemia o semplicemente al fatto che sto diventando grande. Forse a entrambe le cose.

Se potessi dare un consiglio o due dritte a cantanti ed artisti emergenti quali sarebbero?

Prima la musica, poi i likes e il numero di ascolti su Spotify. Non tradite mai la vostra identità.

Che rapporto hai con la tua chitarra e come mai è lo strumento che hai scelto di suonare?

In realtà, il mio primo approccio alla musica è avvenuto col pianoforte: ancora oggi, quando scrivo una canzone lo uso spesso come strumento di riferimento. Solo due anni fa ho comprato la mia prima chitarra, ora scrivo anche con quella ed è sicuramente più pratica da portare in giro!

L’artwork della copertina del singolo a cura di Silvio Coiante è un’opera dai colori vivaci e pop ma soprattutto è in forte contrasto con il mood del brano. Come mai questa scelta?

Non penso sia in contrasto con il mood del brano: nel testo dico “è passato tanto tempo, da quando ho visto Ponte Vecchio illuminarsi davanti a noi”, quindi ho chiesto a Silvio un tramonto romantico, dai toni caldi, proprio quelli che m’immaginavo ascoltando le chitarre nella parte finale del brano.

Ci salutiamo e non vediamo l’ora di vederti live, hai altre sorprese in futuro per noi?

Spero davvero di poter suonare dal vivo il prima possibile, nel frattempo pubblicherò il mio primo disco!

di Ines Chadri

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