del moro intervista cover uptempo

Up-People: Delmoro

Rendez-vous, il nuovo Ep di Delmoro: voglia di ballare mescolata alla nostalgia

Quando si ascolta Mattia del Moro, il giovane cantante friulano, si ha la sensazione di viaggiare nel tempo per la varietà eclettica dello stile della sua musica.

I testi sono realistici e immedesimanti per tutti, a volte tristi e malinconici, ma la musica ti culla in una dimensione pop caraibica, dove è impossibile non muovere almeno una parte del corpo.

Coinvolgente e carismatico, ci propone un nuovo disco dal titolo Rendez-Vous,  che racconta di viaggi e incontri di cui l’artista è protagonista, incontro anche di suoni elettronici e disco anni ‘90.

L’Ep d’esordio è disponibile dal 19 febbraio, distribuito da Carosello Records, autoprodotto insieme a Davide Cairo e Matteo Cantaluppi (già produttore di Dimartino, Canova, The Giornalisti…) contiene dieci tracce e tra i singoli che anticipano il disco l’ultimo è “Aria”, una canzone che parla di ricordi di una relazione matura, consumata dal tempo. Sono i suoni che portano un’aria buona, di positività e forza, per uscire dalla crisi del momento.

Purtroppo a causa della pandemia non è ancora possibile incontrarsi, come invece ci esorta il titolo dell’album, ma abbiamo chiesto a Delmoro di raccontarci qualcosa sulle nuove canzoni e su come sta affrontando questo duro periodo:

Ciao Mattia! “Rendez-Vous” è il tuo nuovo album, contiene dieci tracce che ci conducono in un viaggio temporale, dal presente al passato. Quanti stili ti hanno attraversato per produrre l’opera finale?

 Mi piace l’espressione che hai usato “ti hanno attraversato”, perché li sento proprio così. Fermo restando che è sempre la forma canzone che m’interessa, mi nutro di molti ascolti,  credo che in questo lavoro si senta maggiormente l’influenza di una certa house anni ‘90, quella più balearica e italiana, soprattutto il suo lato “Dream”. Era la cosa che mi rappresentava di più in un momento in cui c’era voglia di evasione, voglia di ballare mescolate alla nostalgia.  

“Aria” è il tuo nuovo singolo che anticipa il disco. E’ una canzone ricca di ricordi estivi e di positività, in cui si ride di se stessi, che non è sempre facile. Sei una persona ottimista che vede il bicchiere mezzo pieno?

Non sono sempre ottimista e infatti le canzoni mi servono spesso come sprono, per darmi la carica. Quando scrivo vedo che ho la tendenza a caricare un po’ troppo di pathos quello che dico, quindi di istinto mi viene da controbilanciare questa attitudine con una forza contraria, che spesso si mostra della parte sonora.

All’inizio della tua carriera cantavi in inglese, poi dal 2017 hai cambiato con l’Italiano. Quali sono le differenze e le sensazioni che ti suscitano le due lingue?

Di differenze ne trovo moltissime. Musicalmente mi sembrano due strumenti diversi, tipo se l’inglese mi ricorda uno strumento a fiato, l’italiano più uno strumento percussivo e melodico, tipo la marimba. Scrivere in italiano è stata una folgorazione, come reimparare da capo a parlare, lo trovo bellissimo.

Sei un architetto e un musicista. Come vivono queste due parti di te? Una delle due sovrasta l’altra, un po’ come ragione e sentimento?

Sì è un po’ come ragione e sentimento, anche se pure l’architettura è fatta di molto sentimento, quando è fatta bene. Di sicuro lo studio dell’architettura mi ha dato un certo rigore e dedizione che non avevo nel formulare e strutturare un pensiero creativo, e questo credo sia molto utile per evitare di ergersi su di un piedistallo e pensare che le idee arrivino dal cielo, o che tutto si riduca ad una questione di gusti. 

Dopo il percorso universitario hai viaggiato molto: Londra, Lisbona e Copenhagen. In questo momento di stop forzato cosa ti manca di più della vita da nomade?

Quella sensazione di sospensione, di zona franca, quando stai negli aeroporti. No dai, non proprio. Diciamo che mi manca molto il senso di possibilità che c’è dietro ad un viaggio, anche se io mi sono sempre spostato con l’idea che in quel posto mi sarei fermato per un bel po’, per inseguire un obiettivo. Invece ora vorrei tanto fare un viaggio per il puro scopo del viaggiare. 

La coproduzione dei tuoi pezzi è insieme a Matteo Cantaluppi e Davide Cairo. Quanto incide la loro amicizia nel tuo progetto musicale?

Molto, e ancora di più nella condizione in cui ci siamo trovati a lavorare. Il lockdown ha spostato tutte le centralità, ed ha pure messo in crisi le motivazioni del fare musica, in un contesto in cui la musica era relegata a mero contorno, tipo orchestrina sul Titanic. Coinvolgere Davide come elemento nuovo nella produzione mi ha dato sostanza, mi ha fatto capire che questa volta non era un viaggio da fare da soli.

del moro intervista foto

Quali sono gli ascolti che hanno influenzato la tua musica nella fase di concepimento del disco?

Come dicevo all’inizio, ho ascoltato molta dream-house anni ‘90 ed altre cose contemporanee che si rifanno molto a quella corrente. C’è tutto un mio lato da ascoltatore che definirei balearico notturno, quindi cose non necessariamente con la cassa dritta ma che sfociano pure nell’ambient. Sarà stata la voglia di evasione del primo lockdown ad intensificare il tutto. Comunque mi ha segnato molto la compilation curata da Young Marco che raccoglie delle chicche di dream house italiane, è in tre volumi e si chiama “Welcome to Paradise”.

“Casa Nuova” è una canzone che mi ha colpito molto per la sua sensibilità e la sua dolce malinconia, una storia finita ma che è ancora presente nel cuore. Come reagisci alle mancanze e alla solitudine che prima o poi arriva per tutti?

Quella canzone è rimasta nel cassetto per un bel po’ perché la sentivo troppo personale e pensavo dovesse sedimentare un po’. Mi piaceva l’accostamento di affetti e senso di casa, che sono due cose che si intrecciano molto e che diventano complicate per la nostra generazione che si è abituata, se non per forza ad un nomadismo, di sicuro ad un senso di precarietà dovuto a spostamenti, carriere lavorative instabili, ecc.

Personalmente il senso di mancanza e solitudine non mi abbandona mai, penso sia parte integrante della vita e lo considero il grande motore dello scrivere canzoni.

Dal 19 febbraio possiamo ascoltare Rendez – vous che è ambientato tra le montagne della tua terra di nascita. Quest’anno ti ha aiutato a riscoprire ciò che hai sempre conosciuto?

In realtà più che ambientato, direi che è stato aiutato dalla riscoperta dei luoghi di nascita. Forse semplicemente avevo bisogno di un porto sicuro, dopo forti tempeste. Poi anche se sono nato sulle montagne, è sulla costa che mi sento veramente a casa, e per fortuna il Friuli ha entrambe.

“A fare un film, dove siamo rimasti meglio di così” cito Lanthimos per chiederti: se potessi essere l’attore protagonista di un film, quale sceglieresti? Dai tuoi videoclip sembri già molto portato!

Sceglierei Philip Winter (Rüdiger Vogler), il tecnico del suono che in “Lisbon Story” di Wim Wenders si aggira per Lisbona a raccogliere i rumori della città.

Quali sono i tuoi progetti futuri oltre la pubblicazione e divulgazione del nuovo album?

Fare un film dove siamo rimasti meglio di così.

di Giada Consiglio

Futura 1993 è il network creativo creato da Giorgia e Francesca che attraversa l’Italia per raccontarti la musica come nessun altro. Seguici su Instagram e su Facebook!