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Up-People: Federico Fabi

Federico Fabi è un interessante ibrido: il suo immaginario da un lato si rifà esplicitamente al cantautorato più classico, con spruzzate di folk e rock’n’roll, spaziando nei riferimenti da Bob Dylan agli Oasis, da Woody Guthrie a De Gregori, dall’altro è perfettamente moderno e calato nella contemporaneità, con inserti di elettronica e testi neorealisti di grande impatto. 

Definito da molti il diamante grezzo del cantautorato romano, è uscito allo scoperto nel 2017 con Io e me x sempre, un EP scritto e autoprodotto in una cantina nel quartiere Spinaceto. L’artista ha conquistato immediatamente una parte attenta di pubblico e l’attenzione degli addetti ai lavori, superando il mezzo milione di ascolti online e facendosi notare nei più importanti club romani fino a calcare palchi di festival in tutta la Penisola

È uscito da pochi giorni Al dente, il suo nuovo singolo, pubblicato per Sony/Vertigo in collaborazione con Asian Fake. Il pezzo prodotto da Matteo Domenichelli è una ballad dolce e intima, che affronta con ironia tutti quei propositi che una persona di venticinque anni dovrebbe perseguire, anche se alla fine il tempo della canzone rimane costantemente al condizionale.

C’è solo un modo per addentrarsi completamente nel suo vasto mondo: ascoltarne la musica e le parole. Per questo abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, ecco tutto quello che ci ha raccontato.

Partiamo parlando un po’ del tuo percorso: come ti sei avvicinato alla musica? Cosa ti ha portato a scrivere le prime canzoni?

Credo sia tutta colpa dell’amore. È sempre colpa dell’amore. Volevo avere l’ultima parola con la mia ex, volevo spiegarmi e l’unico mezzo rimasto era la musica. Così ho scritto un album. Non è stato un processo graduale, è stato più come vomitare. Una botta secca, una necessità del fisico e della mente.

Quali sono state le tue più grandi influenze sonore?

Principalmente il vecchio cantautorato italiano, principalmente De Gregori soprattutto nella scrittura. Poi è arrivato il cantautorato leggero, disimpegnato, quello degli ultimi anni. La mia scrittura è questa: un connubio tra le due grandi fasi di cantautorato.

In questo nuovo singolo fai vedere nuovi lati di te, sia umani che artistici. Quanto ti senti maturato rispetto all’EP precedente?

Parecchio, ma non troppo. Ma non credo che si tratti di maturare, perché un album è composto innanzi tutto da idee e sensazioni, e sicuramente non sono cose che maturano. Sono cose che esistono in quel momento e poi passano. Non hanno un’evoluzione, una crescita, non subiscono il tempo. Ci sono altre cose che possono maturare come la tecnica di scrittura e la voce, e credo che qualche passo avanti in questo ultimo lavoro io l’abbia fatto. Almeno spero.

Come è nato Al dente? Quali suggestioni lo hanno ispirato?

Una serata a Trastevere, in cui ho discusso per ore sul concetto di responsabilità e crescita. Concetti all’epoca per me sconosciuti.

Tratti temi apparentemente leggeri ma con consapevolezza e forza comunicativa. Quanto è importante per te far convivere leggerezza, intesa da un punto di vista sicuramente calviniano, e “poesia”?

Poco, molto poco. Capisco che esista, che c’è una parte leggera, spensierata e che me ne debba occupare ogni tanto. Ma è davvero una piccola parte. La disperazione è la base, è costante ed è ovunque. E credo che sia molto più prolifica del benessere, della serenità. L’uomo non è fatto per essere felice, non è capace, si annoia e non produce. La grande bellezza è cercare di elevare la disperazione ad arte, in modo tale da non averne più paura, in modo di tale di apprezzarla e conviverci.

Come ti sei approcciato alla scelta dei suoni in fase di produzione?

È stato difficile per me. Con Parka, il singolo uscito dopo il primo album avevo preso una scelta sbagliata. Stavo sotto i fumi surreali del britpop che tanto amo. Invece poi, Matteo Domenichelli, produttore di quest’ultimo album mi ha fatto tornare sui miei passi, mostrandomi una via ricca di suoni e colori che mai avrei immaginato di accostare alla mia musica. Il risultato è stato folgorante, l’album è davvero una perla. 

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Il tuo immaginario visivo è affascinante e molto curato: come e con chi ci lavori? Raccontaci qualcosa in più.

Sono contento di questa domanda. L’immaginario è curato esclusivamente da me. Sono il mio art director, il mio regista, il mio grafico. Però purtroppo ancora non posso moltiplicarmi e quindi ho chiesto una mano alla mia grande amica Giorgia Sanelli che è stata dietro la telecamera sia per ogni videoclip, sia per ogni singola foto che è stata scattata per quest’ultimo album. Oltre ad essere bravissima, ad avere un occhio allenatissimo è stata anche molto paziente. È stato molto faticoso per me, quindi credo lo sia stato il doppio per lei e non smetterò mai di esserle grato. In più devo ringraziare Benedetta, la mia ragazza. È dietro la porta dello studio mentre registro, è accanto a me quando scrivo, è lei a pettinarmi prima di una foto. È grazie a lei se nell’album ci sono due-tre canzoni con un tono allegro.

Stai lavorando con realtà estremamente importanti del settore: da Vertigo a Sony, passando per Asian Fake. Che rapporto hai con il tuo team?

È davvero rassicurante sapere che dietro di me ci sono delle persone che mi sostengono, lavorano ininterrottamente e spingono per il mio successo. Non sono più solo. 

Quanto ti manca l’attività concertistica? Come credi che si evolverà il settore dopo questo periodo difficile?

Da morire, davvero tanto. Fare concerti è stata una delle esperienze della mia vita. Capisco finalmente perchè mostri sacri come Bob Dylan o tanti altri a quasi novant’anni ancora non riescono a scendere dal palco. Perché il palco è una droga, e non poterci salire sopra fa male. Ovviamente, nel futuro prossimo non si potranno fare immediatamente palazzetti e stadi, quindi credo che si andrà a puntare in piccoli concerti. 

Quali sono i tuoi piani per il futuro? Se ho ben capito c’è un progetto più ampio a cui stai lavorando.

In effetti sì, ho spoilerato per tutta l’intervista dell’imminente album. Però posso dire di più, posso rilanciare, facciamo la follia amici telespettatori! Oltre questo album, ne ho un altro pronto che aspetta solo di essere arrangiato. Le vie del signore sono infinite, le mie sono infinite per sempre, +1.

Di Filippo Duò 

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