Up-People: La Preghiera di Jonah

Dopo l’esordio con “Come l’ultima volta”, il featuring con EDDA su “Respiro” e la bella conferma di “Case popolari”, torna La Preghiera di Jonah a rinfocolare il braciere spento del Nuovo Pop italiano, nel tentativo di offrire a chiunque sappia ancora emozionarsi una luce utile a segnare la via dell’alba, nella notte più lunga di sempre: “Giulio”, la nuova confessione a cuore aperto della band campana, è una dichiarazione d’amore diversa, che sa di sale su ferite antiche, e ancora aperte.

Per andare più a fondo nella cosa, abbiamo fatto qualche domanda ai ragazzi:

Ciao La Preghiera di Jonah, fateci un breve sunto di quello che è cambiato e quello che cambiato non è nei mesi che separano “Case Popolari” da “Giulio”.

Ciao amici di uptempo! Beh, in questo periodo di frenetica stasi dovuta alla pandemia sembra che tutto cambi e tutto resti uguale allo stesso tempo. Dall’uscita di “Case Popolari” – per gli amici “Case POP”- all’uscita di “Giulio” sicuramente il punto più fermo che possiamo trovare nelle nostre vite è la voglia di far musica e di veicolare emozioni attraverso questa, ora più che mai. Invece quello che sicuramente è in continua crescita, dovuta a questo senso di costrizione che stiamo provando da mesi ormai, è la voglia di esplodere (magari su un palco?!). Per il resto, stessa solfa 😉

Facciamo un gioco: diteci quello che “Giulio” non è, e sconsigliatene l’ascolto in un modo tale da farci correre a spararcelo nelle cuffie. Domanda arzigogolata, eh?!

 Giulio non ti farà stare fermo, potrai piangere mentre balli.

Come nasce una canzone de La Preghiera? Ho sempre pensato che la cosa più difficile dell’essere in una band sia proprio riuscire a scrivere qualcosa che appartenga a tutti, appartenendo a ciascuno. Voi come vi approcciate alla scrittura?

Tra noi c’è una bella coesione, passiamo molto tempo insieme e si parla di tutto a volte anche di tutti, ma soprattutto si suona. E prova dopo prova nascono le armonie, le melodie, gli arrangiamenti. Mentre i testi invece sono sempre scritti da Antonio (Jonah). 

E arriviamo a “Giulio”, che sembra essere il tassello emotivo che mancava da tempo alla scena italiana. Vi va di parlarcene?

“Canzoni che parlano d’amore, perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?” dice Brunori e anche Giulio in fondo parla d’amore. Una dose d’amore invisibile che non si riesce sempre a cogliere ma quando non c’è più fa avvertire un vuoto profondo. Non è una canzone autobiografica ma è una storia che fa paura quindi tocca un po’ tutti noi.

Quanto è faticoso mettersi davvero a nudo, oggi? La musica sembra allontanarsi sempre di più da tutto ciò che impegna, forse perché l’ipotesi di “star male” (al di là della retorica del disagio tanto in voga oggi) terrorizza una generazione assuefatta all’anestesia. La vostra musica è meravigliosamente “impegnata” e impegnativa: scelta etico-estetica di resistenza personale o irriducibile fiducia in un pubblico che ha bisogno di un risveglio?

Non siamo bravi a fingere, per fortuna o purtroppo, non potremmo mai parlare di cose che non ci appartengono o che non conosciamo. Quello che si sente nelle nostre canzoni sono frutto delle nostre esperienze o di racconti di vita vissuta così forte che è stato come immergersi dentro e viverle in prima persona. Sono cose che ci creano trasporto e ci aiutano nella fatica di mettersi a nudo. Il pubblico è già sveglio, ha solo bisogno di un caffè! 😉  

A questo punto, la domanda è necessaria; siete ormai al terzo singolo: ma questo disco, quando esce?

Quarto in realtà! Quando sarà bel tempo!