99paranoie intervista uptempo

Up-People: 99paranoie

99paranoie è uno di quei musicisti in grado di stupirti costantemente, grazie alle reference di partenza e alle successive rielaborazioni stilistiche. Il suo universo sonoro è un microcosmo fatto di molti generi, ed è perfetto per quest’epoca senza barriere.
Pop, r&b, elettronica, hip-hop, funk, lo-fi: queste sono solo alcune delle influenze alla base dei lavori di Jacopo Micillo, bresciano classe 1999, che nella vita ha alternato la passione per le macchine d’epoca a quella per la scrittura di canzoni.

Supportato dal team di Ferramenta Dischi, un anno fa ha pubblicato il suo primo EP, già ottima presentazione di una forte espressività artistica, curata sotto ogni punto di vista. Ciò si conferma con l’ultimo singolo Lolita, uscito lo scorso 6 novembre e nuovo passo di un percorso che culminerà con le nuove uscite previste per il 2021. Il pezzo, collocabile a metà tra l’alternative r&b ed il cloud rap, tramite un contrasto tra beat e testo rende esplicita la lotta interiore dell’artista. Sono continui i richiami e le citazioni capaci di glorificare l’arte, unica via di fuga da una vita complessa e intricata. L’artista infatti arriva a sopportare le lacrime mentre dipinge, rendendole metaforicamente parte delle sue opere. L’intensità del testo dichiara esplicitamente come 99paranoie abbia paura di compiere i passi verso l’ignoto, fermandosi nell’atrio del mondo: insomma, siamo di fronte ad un singolo nettamente diviso in due, dove gioia e dolore, luce e buio, presente e passato, convivono, proprio come nello spirito del cantautore.

Abbiamo così fatto una chiacchierata con lui, approfondendo il suo percorso fin qui e la genesi di Lolita.

Ciao Jacopo, prima di parlare del tuo nuovo singolo vorrei ripercorrere il tuo percorso nel mondo della musica, come ti sei avvicinato ad essa e alla scrittura?

Alla musica mi sono avvicinato prima di nascere, mio padre mi faceva ascoltare Stay Gold di Stevie Wonder appoggiando le cuffie sul pancione di mia madre. Poi, una volta messo realmente al mondo, come tutti iniziai ascoltando i dischi che giravano per casa. Quindi soul, r&b e De Andrè a volontà. A 7/8 anni, forzato dai miei – grazie infinite -, iniziai a suonare il clarinetto nella banda di paese, strumento che abbandonai in favore della chitarra appena scoprii Hendrix verso gli 11/12 anni. I primi testi vennero molto dopo, intorno ai 18 anni, dopo che per la prima volta mi si spezzò il cuore in quattro. Da lì, cantare sui quarti mi venne naturale, e, messe la mia penna e la mia voce nelle mani di Davide Chiari, nacque My Name is Rose.

Quali sono state le tue principali influenze?

Il mio percorso di ascoltatore è sorretto da tre pilastri: In direzione ostinata e contraria di De Andrè, Stadium Arcadium, dei Red Hot Chili Peppers, e, forse primo fra questi The Best Of Van Morrison. Tutti e tre fanno ancora parte della mia vita, e non so se mai ne usciranno. Crescendo sono poi passato da essere ascoltatore a musicista. E da quando ho preso in mano la chitarra ho cercato solo di suonare Hendrix e Frusciante. Negli anni, dopo varie avventure nei mondi psichedelici anni ’60, mi sono avvicinato al rap con scarso interesse, finchè non ho scoperto Di vizi di forma virtù di Dargen D’Amico e Mi Fist: non dico altro. Negli ultimi anni le più grandi influenze sono state Post Malone, Earl Sweatshirt e Mac Miller. Tedua, Guè, Frah Quintale e i Thelonious B nella scena italiana. Termino qui se no non finisco più.

So che ami unire le sfumature tipiche dell’urban contemporaneo a sound tipici di rock e blues, passando per il cantaurorato, pensi che la fluidità di generi di oggi ti aiuti in questo?

Assolutamente. Il mondo di oggi ci offre la possibilità di avere più radici culturali, nel mio caso a livello musicale, e la cultura, sfruttata nel modo corretto, non è altro che uno degli strumenti che abbiamo per esprimerci. È un po’ come poter parlare più lingue, aiuta senz’altro.

Passando a Lolita, come è nato il pezzo? Quali suggestioni ti hanno ispirato?

È nato poco dopo le registrazioni di My Name Is Rose. Ancora la ferita di Rose non era guarita, e nel frattempo vagavo cercando conforto in qualche letto di tanto in tanto. Peccato che nessuna compagna, o compagnia, potesse darmi sollievo. Quei pochi momenti in cui il mio cervello smetteva di rimuginare e il mio cuore smetteva di sanguinare erano momenti di intimità tra me e la musica. Nel momento in cui ho realizzato davvero il tutto, stavo ascoltando Attention di Joji, ho fatto partire la strumentale e da lì il flow singhiozzante.

Il singolo parla di fragilità e paure dell’ignoto, sensazioni generazionali ricorrenti. Che rapporto hai con esse?

Quando non riescono a sopraffarmi abbiamo un ottimo rapporto, sono quasi delle amiche. Quando succede il contrario scrivo canzoni.

La via di fuga da tutto ciò ritieni sia l’arte. Come ti relazioni alle varie forme di creatività al di là della musica?

Se la musica la faccio, le altre forme d’arte per ora le osservo solamente. Un tempo disegnavo molto, ma poi ho smesso di coltivare quella passione. Tuttavia lavoro con le auto d’epoca, opere d’arte a tutti gli effetti, quindi sono costantemente a contatto con l’espressione, e la ricerca del “bello”.

La produzione è quasi dissonante rispetto al testo, sicuramente d’impatto. Come ci hai lavorato?

Insieme a Davide Chiari e Simone Piccinelli, siamo partiti da un provino registrato sulla strumentale di Joji, perfetta per il suo brano, ma che non si adattava al mio. La linea melodica è rimasta simile, ma il pezzo è stato reso molto più arioso e luminoso, con l’utilizzo di un piano vero. Creare una strumentale cupa quanto il testo avrebbe strozzato l’intero brano mostrandone solo un lato. Questo sound ha permesso di chiarificare esplicitamente la doppia anima del brano.

Oggi la scena musicale italiana è decisamente satura: come ti collochi rispetto ad essa? Ci sono dei colleghi con cui ti piacerebbe collaborare?

La fluidità di generi di cui discutevamo prima rende difficile per tutti inquadrarsi in una sola scena, o un solo genere, ma citando Dargen potrei dire di far parte della scena “cantautorap”, o “cantautotrap”. Lasciando stare i sogni – Tedua, Guè e Dargen stesso -, mi piacerebbe collaborare molto con Bresh, in Mare Mosso ha scritto una strofa fotonica. Comunque in realtà ho qualche featuring in programma, con due ragazzi molto forti della mia zona.

Curi molto l’aspetto visivo del progetto: dagli scatti passando per lo styling fino all’artwork. Con chi collabori in questo aspetto e cosa apprezzi di più di questa fase creativa?

L’immagine del progetto la curiamo io ed Aurora Zaltieri, la mia stylist dai tempi dell’uscita di My Name Is Rose, ed è con lei e grazie a lei che trovo il mio stile. Da lì poi ci muoviamo per trovare le persone giuste per concretizzarlo. Ora poi il team si è allargato ed hanno iniziato a lavorare al progetto anche Elisa Gorni (aka Gurnasa), Andrea (aka imloppi) ed Alessandro Di Deo. Non amo l’obiettivo ma adoro tutte le esperienze che stanno dietro alla produzione dell’immagine, viaggi, corse, insomma tutta l’esperienza in sè.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo futuro? Potresti svelarci qualcosa sulle tue prossime mosse?

Nel mio prossimo futuro c’è qualche singolo pronto in cantiere, oltre ad un album. Sto solo aspettando il momento giusto per pubblicarli. Poi chissà, ora passo sempre più tempo sulla chitarra ed ho un sacco di idee e piani per realizzarle. L’unica cosa certa è che finchè campo la musica continuerà sempre ad accompagnarmi.

Di Filippo Duò

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