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Up-People: Marco Castello

Marco Castello e l'importanza di non porsi limiti: l'intervista

Marco Castello è un musicista poliedrico come pochi: partito da Siracusa, suo paese natale, ha studiato tromba jazz a Milano, per poi sperimentare generi lontanissimi tra loro e girare il mondo con formazioni di qualunque tipo, non ponendo barriere alla creatività e alla sperimentazione. Dopo tutta quest’esperienza è arrivato il momento di lanciarsi in prima persona: Porsi e Torpi sono stati i primi singoli, capaci di mettere in chiaro le influenze sonore alla base della sua musica. Si spazia così tra folk e cantautorato pop, funk e suggestioni etniche, per un insieme di rara intensità. Ciò ritorna nel suo nuovo brano pubblicato il 15 settembre per 42 Records, Cicciona, dal titolo provocatorio e impattante, che nasconde però una grande sensibilità.

“Con le mani nella marmellata neghiamo l’evidenza per non sentirci giudicati ma siamo tacitamente consapevoli che la carne debole sia il miglior pretesto per un’esistenza di piaceri. Chi gode conosce l’estasi di una bellezza segreta che vale più dei canoni di giusto e sbagliato.”

Questa è l’essenza del pezzo secondo Marco, artista dalla personalità esplosiva e curiosa, affamato di novità e contrasti, costantemente con le antenne alzate per recepire in modo quasi “epicureo” il piacere massimo che il mondo sa offrire.

Balzato agli occhi del pubblico per il suo progetto in collaborazione con Erlend Øye dei Kings of Convinience, La Comitiva, il cantautore siracusano colpisce per la sua umiltà e determinazione, unite ad un’apertura mentale fuori dal comune, ponendolo in un labile confine tra la tradizione musicale italiana e suggestioni internazionali, sempre con la musica al primo posto.

Lo abbiamo dunque incontrato per scambiare con lui quattro chiacchiere a tutto tondo, dalla genesi del singolo fino ai suoi ascolti preferiti: ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Marco! Raccontaci un po’ come nasce il tuo nuovo singolo e quali suggestioni lo hanno ispirato.

Premetto che nonostante lo scalpore suscitato dal titolo, quest’ultimo non ha assolutamente un’accezione negativa, anzi. Spesso i miei titoli poi non c’entrano molto con l’insieme del brano, come in questo caso che è una sorta di provocazione. Sono fortemente convinto che reprimere una parola dia ancora più forza negativa ad essa, invece nel mio pezzo non si tratta di un’offesa, bensì di una celebrazione dell’ingordigia, intesa come fame non solo di cibo ma anche di esperienze di vita, conoscenza, emozioni. Io in primis sono una persona godereccia, tutto quello che è considerato come una debolezza della carne per me, al contrario, è uno stimolo a provare cose belle: il mio è un invito a fregarsene dei giudizi, della paura di non piacere o di fare figuracce. Preferisco di gran lunga chi riesce ad essere soddisfatto e felice della vita e di ciò che fa, senza porsi troppi limiti per timore dell’opinione altrui. Nel mondo ci sono troppe cose belle e buone per rinunciarvi (ride, ndr).

Ho notato una continuità con i precedenti singoli, soprattutto nella scelta del linguaggio, in bilico fra serietà e ironia, decisamente diretto.

Sì, esatto. Cerco sempre di “parlare come mangio”, anche nelle canzoni che scrivo. Nella vita quotidiana non uso paroloni e così dev’essere anche nei testi. A volte sento dei pezzi e penso: “Chi mai parlerebbe veramente così?”. Cerco sempre di scrivere nel modo più naturale possibile, la massima concessione la posso fare ai dialettismi.

A tal proposito, dalla tua terra, la Sicilia, ultimamente emergono sempre più cantautori e artisti di notevole spessore, ma storicamente è sempre stata una sua caratteristica. Com’è il rapporto con la tua isola e quanto ti ha influenzato nella scrittura?

Sicuramente è evocativa come pochi altri luoghi al mondo dal punto di vista dei paesaggi e della cultura. Personalmente, in realtà, ispirano di più le contraddizioni costanti che al suo interno si possono osservare: parlo della vicinanza incredibile fra elementi stupendi, assoluti patrimoni artistici, come i templi dell’Antica Grecia, e cose terribili, come abusi edilizi di vario genere. Mi piace trovare la poesia dove apparentemente non sembra esserci e inserirla nei miei brani. Ho una sorta di rapporto di amore e odio con casa mia e ci rifletto spesso, integrando questi ragionamenti con pensieri sulla crescita e sulla percezione che si ha del mondo. Le mie nuove canzoni ho iniziato a scriverle negli ultimi quattro anni dopo essermi trasferito a Milano, portandomi appresso tutto questo bagaglio culturale.

Nell’esprimerti hai anche cambiato lingua: dall’inglese all’italiano.

Proprio così, ho fatto questo salto radicale. Prima di trasferirmi a Milano non avevo mai scritto nulla in italiano, forse per un retaggio maggiormente anglofono dei pezzi che ho sempre ascoltato, dalla musica folk americana a Mac DeMarco. Molte persone poi hanno cominciato a suggerirmi di esprimermi in italiano e, spinto dai nuovi ascolti della nostra scena pop e cantautorale ci ho provato, non senza scetticismi iniziali. Il risultato in realtà ha funzionato molto bene, e mi chiedo perché ancora molti nel nostro paese continuino a cantare in una lingua che è senza dubbio impattante ma con cui non riescono mai ad essere completamente loro stessi. Abbiamo una cultura testuale pazzesca, ed è un peccato non proseguirla, non ci mancano per nulla i contenuti. Nel corso della mia vita ho esplorato diversi generi: dal reggae al jazz, accorgendomi però a posteriori che non mi hanno mai rappresentato come riesce a fare la musica italiana, che, volente o nolente, tutti noi abbiamo nel sangue fin da piccoli.

Per questo singolo, e in generale nell’album che uscirà prossimamente, come hai lavorato in fase di produzione? Quali sono state le principali scelte sonore che hai effettuato?

Ho studiato tromba alla Civica Jazz e ciò che mi ha lasciato maggiormente quest’esperienza è stata la possibilità di stare con altre persone non in modo “casuale” come a scuola, ma perché alla base vi era una passione comune e dei sogni condivisi, aumentando valore al rapporto di amicizia. Abbiamo suonato tantissimo insieme fino al momento in cui ho avuto la necessità di arrangiare i pezzi che stavo scrivendo e ho chiamato quelli che sono attualmente il mio bassista e il mio tastierista per provare ad impostarli. C’è stata immediata affinità e con loro ho successivamente completato le registrazioni in tempi brevissimi, quattro giorni, in cui oltre a cantare ho suonato anche la batteria e le chitarre. La registrazione è avvenuta a Berlino nello studio di Daniel Nentwig dei The Whitest Boy Alive, un luogo pazzesco dove eravamo circondati da strumenti anni ’70, collaborando con Marcin Oz per la produzione. Abbiamo suonato praticamente tutto in presa diretta, un po’ “alla vecchia”. Abbiamo anche provato ad utilizzare il click ma ci siamo accorti che i pezzi ne avrebbero perso in umanità, e il feeling finale dei suoni ci ha dato ragione.

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Dal punto di vista visivo tutti i tuoi lavori sono decisamente impattanti, raccontaci qualcosa in più.

Ai video ho lavorato con i Ground’s Oranges, due registi straordinari con cui mi sono trovato veramente bene. Sono pieni di idee, mi sono fidato ciecamente e per il primo clip abbiamo scelto la strada di un trip onirico e surreale, in cui una madre va al colloquio con gli insegnanti e si ritrova in una specie di viaggio dantesco. La copertina di Cicciona invece è stata scattata sulla pista ciclabile di Siracusa, dove è evidente uno dei contrasti di cui parlavo prima.

Parlando di influenze, quali sono stati gli artisti che ti hanno maggiormente segnato nel tuo percorso?

Io arrivo dal jazz ma c’è una cosa che non mi è mai piaciuta di questo ambiente, soprattutto in Italia: una sorta di volontà di ergersi su un piedistallo giudicando gli altri generi dall’alto verso il basso, portando di conseguenza molti a rifiutare collaborazioni con artisti mainstream per eccesso di snobismo. Nel mondo, e soprattutto negli Stati Uniti, ciò non accade e prova evidente ne è il disco che negli ultimi anni mi ha maggiormente folgorato: To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar. Lì dentro c’è una sperimentazione di generi incredibile, è fruibile da tutti e ricercatissimo allo stesso tempo, basti pensare ad alcuni musicisti coinvolti come Kamasi Washington, Thundercat, Terrence Martin, Robert Glasper, Joseph Leimberg. Il jazz sta provando quindi a sopravvivere fondendosi con altri stili, dal rap all’elettronica, dal funk alla trap, mentre qui da noi si mettono ancora troppe barriere intellettuali, rimanendo in una confortevole e conservatrice gabbia dorata. Ci vorrebbe un po’ meno divisione per squadre e più apertura, negli ascolti si possono far convivere elementi colti e musica pop ben fatta a mio parere, senza aver paura di perderne in credibilità. Cercare di essere raffinati e intellettuali a tutti i costi non fa bene alla musica, io amo chi riesce a sporcarsi le mani, portando con sé immaginari anche molto lontani dal mio e controversi, ma ricchi di sincerità e potenza. Un altro disco che ho amato molto è Skiptracing dei Mild High Club, l’ho ascoltato un’infinità di volte. Della scena attuale mi hanno ispirato molto Giorgio Poi, Colapesce e Pufuleti con il suo Catarsi Aiwa Maxibon tra i classici non posso non citare Dalla e Battisti, due giganti non solo del pop ma anche a livello tecnico e di scelta dei suoni.

Hai avuto l’occasione, in questi anni, di prendere parte ad una collaborazione non da poco, quella con Erlend Øye: raccontaci come è nata e come si è sviluppata.

Lui si è trasferito a Siracusa circa una decina di anni fa, scegliendola perché è indubbiamente un luogo perfetto per starsene in tranquillità se sei un famoso cantautore internazionale. Io ho sempre ascoltato i Kings Of Convenience, un’altra delle mie massime influenze. La prima volta andai a chiedergli l’autografo ma lui, ovviamente, non mi considerò più di tanto. Nel tempo però non mi sono arreso, e sfruttando il ribollente fermento artistico nato ad Ortigia, il centro storico della città, mi sono avvicinato maggiormente a lui grazie alle jam sessions sempre più frequenti tra musicisti professionisti, a cui Erlend non partecipava direttamente ma amava ascoltare, cercando di studiare attentamente ogni passaggio. Diciamo che in una di queste situazioni l’ho preso per la gola, dopo una cena in cui ho cucinato una parmigiana che gli è piaciuta moltissimo (ride, ndr). Da lì in poi il nostro rapporto si è rafforzato e per una serie di casualità incredibili io e il gruppo con il quale suonavo siamo finiti per accompagnarlo nel suo tour solista in Sud America, ma non era in programma che prendessimo parte al suo show. Vivendo insieme e stando a stretto contatto si è creata un’alchimia unica che ha portato alla nascita de La Comitiva, progetto che mi ha dato tantissime soddisfazioni, permettendomi di girare il mondo.

C’è qualcuno della scena musicale italiana a cui ti trovi particolarmente affine e con cui ti piacerebbe collaborare?

Sicuramente con Pufuleti, ma anche con Colapesce e i Nu Guinea. In generale però amerei riuscire a collaborare con qualcuno lontanissimo dal mio mondo, creando commistioni in grado di farci uscire reciprocamente dalla comfort zone. Più una cosa è strana, “marcia” e cattiva, più mi incuriosisce, come la trap che, in certi casi, può essere una grande farsa oppure avere una ineguagliabile e sincera forza creativa, e questo crinale mi affascina terribilmente.

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo questo singolo?

Uscirà il mio primo album, già pronto da molto tempo e che non vedo l’ora di “liberare” e farlo ascoltare a quanta più gente possibile. Poi mi auguro che, nonostante il momento delicato, si crei la possibilità di fare una serie di date, perché la voglia di suonare è tanta e il live è la dimensione in cui mi trovo meglio. Comunque dal futuro cerco sempre di non aspettarmi mai nulla, il mio più grande obbiettivo è vivere ogni giornata pienamente, raggiungere nuovi traguardi di cui essere soddisfatto, un passo alla volta per poter dire “Oggi è stata una figata, domani cosa mi aspetta?”.

Di Filippo Duò

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