Movie Music Moment: Boogie Nights

Torna la rubrica Movie Music Moment, con una perla della filmografia di Paul Thomas Anderson, uno dei più grandi registi viventi: Boogie Nights (1997).

La pellicola, che dopo il successo di critica della sua opera prima Sidney conferma e consolida l’ascesa dell’allora poco più che ventiseienne PTA, riprende il mockumentary che nel 1988 il diciottenne Anderson licenziava, come cortometraggio d’esordio, con il titolo The Dirk Diggler Story

Basato sulla vita della leggendaria pornostar John Holmes, Boogie Nights racconta la parabola di Eddie Adams, in arte Dirk Diggler, un giovane superdotato pornoattore interpretato da Mark Walhberg, nel ruolo che lo lancerà nell’Olimpo dello star system hollywoodiano.

Le vicende ruotano intorno al successo e ai relativi eccessi di Dirk all’interno dell’industria pornografica nella San Fernando Valley di Los Angeles, capitale ecumenica dell’hard a cavallo tra gli anni ’70 e i primi ’80. Questi sono gli anni d’oro della cinematografia hardcore, gli anni in cui il cinema porno sperimenta una piccola grande rivoluzione che lo eleva a forma d’arte, a prodotto cinematografico identificabile in un genere di appartenenza che si rispetti; il merito è di cineasti come il Jack Horner della storia, un magistrale Burt Reynolds che, con coraggio, una visione chiara e un’ambizione artistico-libertaria, hanno ridefinito i paradigmi e il concetto stesso del porno, proponendo un’assetto drammaturgico in seno all’opera, offrendo quindi allo spettatore una vera e propria storia sceneggiata, con tanto di trama e elementi ritmici e pathos accanto a quelli più canonicamente sensuali e erotici.

La bravura del narratore Anderson sta nell’articolare il racconto sui due piani narrativi perfettamente solidi e convergenti, mostrando come l’evoluzione della vicenda artistica e personale di Dirk e il suo rapido declino innescato dall’abuso di cocaina rifletta specularmente l’epopea dell’industria hard che, affermatasi come strumento di libertà e controcultura, sdoganando un “cinema d’autore” indipendente e refrattario a un certo perbenismo di matrice borghese, si trova poi costretta a piegarsi alle oppressive regole del mercato. Lo spartiacque narrativo che segna il cambiamento epocale avvenuto nel mondo della pornografia – ovvero la sostituzione dei film in pellicola con il più corrivo ma economico uso del supporto video e la successiva produzione homevideo – è rappresentata dal passaggio di consegne tra decadi, cinematograficamente metaforizzato dalla svolta drammatica che prende il party di Capodanno del 1980, con il gesto simbolico e premonitore dell’omicidio della moglie adultera e del suicidio del marito tradito (William H. Macy), a rappresentare tragicamente il tramonto di un’epoca che fu, un’epoca di libertà e successo.

Il film mescola elementi di dark comedy, biopic, thriller attraverso il peculiare stile narrativo di PTA che, senza mai autocensurarsi e sempre con leggera ironia – né triviale né tantomeno paternalistica-, attua delle scelte di camera sempre originali e in linea con il racconto; esemplare in tal senso, il pianosequenza iniziale di 3 minuti, una sorta di prologo celebrativo nel quale Anderson ci introduce, facendoci entrare nel night club sfavillante e pulsante di Maurice Rodriguez, all’interno del mondo che ci sta raccontando. Strizzando l’occhio a Scorsese a al pianosequenza di Quei Bravi Ragazzi, Anderson ci presenta l’intera galleria di personaggi che popolano il microcosmo della bottega Horner, una sorta di surrogato di nucleo famigliare, una famiglia sui generis all’interno della quale tutti i componenti trovano la loro dimensione ideale rispetto ad un mondo esterno con il quale il dialogo è ostile e disfunzionale.

La sinergia prodotta delle ineccepibili interpretazioni dei singoli attori nella coralità del film di stampo altmaniano – oltre ai già citati, ricordiamo, tra gli altri Julianne Moore, Heater Graham, Luis Guzmàn, Johnny C. Reilly, il compiantissimo Philip Seymour Hoffman ma la lista è lunghissima – e la messa in scena di Anderson sono di una potenza inaudita e consegnano una ricostruzione degli anni 70-80 ineccepibile, sostenuta da una potente colonna sonora che cattura le vibes dell’epoca, con tormentoni di quegli anni che variano dalla disco, il folk-pop, il funk, il rock, fino a potenti ballate heavy metal.

Arriviamo pertanto al momento musicale scelto, una delle scene culminanti del film; il variopinto, grottesco e accogliente universo si sgretola, gettando i personaggi nella solitudine e nella disperazione. Si passa prima per una scena memorabile, pulp con tinte esilaranti: Dirk, dopo essere caduto in disgrazia, viene coinvolto in una truffa ai danni del narcotrafficante Rahad Jackson, un superbo Alfred Molina. Siamo nel villone di Rahad, i 3 wannabee imbroglioni attendono sul divano in palese stato di agitazione. Tutte le scelte messe in campo da TPA alimentano la tensione palpabile nei personaggi e nello spettatore: i petardi lanciati ad oltranza da Cosmo, l’amichetto cinese di Rahad; lo stato allucinato di quest’ultimo, che poco prima giocava alla roulette russa; lo svolgimento dell’affare, il cui buon esito sembra ormai compromesso.

Ecco che il mixtape in casa Jackson, dopo un’ispirata “Sister Christian” dei Night Ranger sputa fuori l’hit pop “Jessie’s Girl” di Rick Springfield, che Rahad inizia a cantare a squarciagola come se fosse solo nella stanza. La mdp indugia allora, per ben 49 secondi – un’eternità in un film, espediente utilizzato con estrema efficacia da Anderson – sulla faccia di Dirk: l’uomo sembra realizzare solo in questo momento, con una sorta di epifania, lo squallore della sua esistenza. Ma il timing non sembra essere dalla sua e, in una scena pulp in pieno stile Scorsese/Tarantino, la situazione peggiora vertiginosamente.

Come non terminare con una bonus track: Dirk e Reed, dopo la lite di Dirk con Jack, cercano di intraprendere una carriera da musicisti, con esiti alquanto deludenti – però ragazzi, che energia!