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We Dream in Technicolor: lo spirito dei Tropea, il grido di una generazione

I Tropea sono una delle band più innovative della scena milanese, composta da Pietro, Mimmo, Lorenzo e Claudio. Il collettivo nasce nel 2017, tra i nomi caldi della scena alternative italiana. Il loro suono è ricco di influenze, che spaziano dal post-punk di inizio anni ’80 al synthwave degli anni ’00 al rock degli anni ’60. Attraverso i loro brani esplorano il cringe, l’ASMR, la vulnerabilità ed i sogni, mantenendo un certo senso di malinconia che caratterizza il loro modo di essere.

Might Delete Later è il loro ultimo EP, uscito il 12 giugno ed anticipato di una settimana dal singolo Technicolor, una canzone viva, veloce e dedicata a tutte le persone che sognano in grande. Come parte degli altri brani contenuti in questo lavoro, veniva suonata ai live a grande richiesta fin da prima del lockdown. Il brano, infatti, vuol essere un incentivo a combattere il distanziamento sociale con un po’ di positività, una spinta a ritrovare se stessi, a prendersi cura l’uno dell’altro, anche durante le difficoltà che di questo mondo. La frase “We dream in technicolor” ha l’intento di restituire bellezza a quella tendenza di sognare più in grande ciò che ci circonda, nonostante le illusioni che ci facciamo e le bugie che ci diciamo.

tropea band ep

Come raccontato dai ragazzi “In Technicolor è concentrata e “synthetizzata” la nostra passione verso la musica suonata dal vivo” e noi ci auguriamo presto di poter vedere nuovamente i Tropea su un palco a suonare i loro brani, ma nel mentre abbiamo fatto una chiacchierata con loro per farci raccontare meglio le particolarità e la bellezza di questo EP.

Ciao ragazzi, il vostro ultimo EP, “Might Delete Later”, è sicuramente un lavoro diverso dalle vostre precedenti pubblicazioni. Un senso di malinconia ed introspezione accomuna i brani contenuti. Quale messaggio volete trasmettere al vostro pubblico?

Come Tropea pensiamo che questo EP dia, a discrezione dell’ascoltatore, un forte messaggio implicito del fatto che la nostra musica si stia evolvendo. Ad ogni modo, fin da quando abbiamo cominciato a riunire il materiale per Might Delete Later, per dargli una forma ed una direzione, siamo stati consci del fatto che fosse un EP più “dark” rispetto ai precedenti e questo non pensiamo sia un segreto. Si tratta di un insieme di brani più scuri ed energici, che rispecchiano esattamente la seconda parte della scaletta durante i nostri concerti, il momento in cui ci lasciamo alle spalle le atmosfere rosee di Lost In Singapore e di Collapse e cominciamo e pestare sugli strumenti.

Nei vostri precedenti lavori avete esplorato e siete diventati portatori di una poetica della vulnerabilità, del cringe, dell’ASMR. In questo nuovo progetto i riferimenti a quelle tematiche sicuramente non mancano, ma vengono presentati in una chiave più matura e magica. Ora non avete paura di farvi etichettare come “boomers”?

La maturità dei temi espressi e raccontati non deve per forza essere interpretata come “boomerismo”. In generale, crediamo che un artista debba essere in primo luogo sincero nella modalità di rappresentazione delle proprie tematiche, qualunque esse siano. Più che una contrapposizione tra etichette “Millennials vs Boomers”, che poi in Italia si fa una gran confusione a riguardo, vediamo meglio una alla “Swole doge vs Cheems”, che ha ottimamente memato il nostro amico Gio Pagani facendo un parallelismo tra i Tropea pre-covid ed i Tropea post-covid.

L’EP si apre con il brano “Last Hour Together”, che racconta delle sensazioni che ognuno di noi prova l’ultima ora che passa da solo con se stesso nel giorno del proprio compleanno, prima di abbandonarsi ai festeggiamenti con le persone amate. Raccontateci com’è nata questa canzone. Qual è stata, invece, la vostra ultima ora assieme prima di separarvi in mesi di quarantena?

Il ricordo più vivido che abbiamo tutti prima dell’isolamento della quarantena riguarda un pomeriggio di febbraio. Stavamo smontando, finite le prove nella saletta di Viale Majno, che condividiamo al quinto piano sottoterra con altre band della scena, come Ginevra, GIALLORENZO, Malkovic e altri. Era proprio il periodo in cui ci giungevano le notizie di un’epidemia molto aggressiva in espansione dalla Cina e così abbiamo cominciato a discutere di una possibile ampia diffusione del virus in Italia. Domenico, Pietro e Claudio erano molto tranquilli e stoici sulla faccenda, mentre Piso, il bassista, paranoico cronico, era terrorizzato dalla possibilità che il virus potesse arrivare in Italia.

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“Warfarin” invece è un brano dal ritmo più incalzante e veloce, racconta di un paio di amici che, strafatti di Walfarin, vanno ad una festa a casa di qualcuno. Il testo di questo brano ha sicuramente acquisito un nuovo significato adesso che non ci sono eventi live e siamo costretti a ballare a casa da soli. Machete ha organizzato un evento su Twitch con esibizioni live di numerose band, Venerus invece è riuscito a portare un concerto in streaming tramite Vice. Avete pensato ad un modo per farci ballare insieme a voi quest’estate? Vi piacerebbe realizzare un live unico sulle piattaforme di streaming?

Quello che vogliamo come Tropea è sicuramente qualcosa in più rispetto ad una diretta in streaming su Instagram o Twitch, che rimane comunque un’ottima piattaforma. Vediamo nel futuro prossimo qualche nostro special secret show, ma non possiamo svelare niente. Quello che ci è interessato soprattutto di questo periodo è che con una pandemia in corso vari musicisti ed artisti hanno provato a sperimentare, prendendo d’assalto nuove piattaforme prese in prestito anche dal mondo del gaming, come appunto Twitch, e si sono messi in gioco per trovare modi stimolanti ed innovativi per stare in contatto con i loro fan. Potremmo poi raccontarvi di una nostra utopia di fine estate: sogniamo una Woodstock milanese in via Melzo, davanti al Picchio, un evento epocale da rimanere negli annali, che riunisca tutti gli artisti della scena milanese, di ogni genere e grado.

In “Drama Kid” l’innamoramento è la tematica che raccontate, ma sono le sonorità a diventare protagonista con un assolo di chitarra che riprende lo storico di Gilmour dei Pink Floyd in Another Brick In The Wall. Si tratta di un tributo alla storica band britannica? Quali sono le altre vostre influenze musicali più grandi?

Veniamo tutti da mondi musicali diversi, con un sostrato comune di “boomer rock”, che costituisce le antiche radici del subconscio della nostra generazione, la musica che ci hanno tramandato i nostri padri, il “dad-rock”. Gli artisti che ci hanno fatto incontrare musicalmente e che hanno formato i Tropea però sono Mac DeMarco, Tame Impala, The Growlers e Unknown Mortal Orchestra. Mentre ne parliamo sentiamo però già un senso di lontananza da quelle sonorità, come è naturale infatti i nostri ascolti si sono evoluti e si evolveranno nei prossimi anni. Al momento stiamo ripercorrendo un po’ gli anni 70’ e 80’: The Smiths, The Cure, Pink Floyd, The Police e Franco Battiato. Ma ci ispiriamo molto anche da sonorità più indie degli anni ’90. È sicuramente un momento di confusione nel mondo della musica, forse ci stiamo appoggiando al passato perché non vediamo più nel presente quel flusso di splendenti novità della metà degli anni ’10, che ci hanno visto nascere e che hanno generato ed influenzato moltissimi gruppi in tutto il mondo. Molti hanno definito la nostra musica come fluida, forse anche perché stiamo vivendo una fase frammentaria, soprattutto per il genere che ci appartiene, sonato ancora con le chitarre.

“Monday morning all alone / Drinking on the telephone / Staring at the rain all day” sono le strofe che raccontano la condizione di solitudine che avete abbracciato in “We Held Loneliness”, un brano che dimostra come però la distanza fisica non possa davvero separare due persone quando comunicano attraverso lo spirito. Sicuramente in mesi come questi si tratta di una visione condivisa e in cui tanti possano ritrovarsi. Come avete vissuto la quarantena? Vi siete ritrovati nelle vostre parole?

Assolutamente. Possiamo dire tutti di esserci ritrovati in quello che avevamo scritto. È però vero che ognuno di noi ha affrontato la quarantena alla sua maniera: Mimmo si è messo a scrivere canzoni, Claudio ha fatto innumerevoli session di batteria, Lorenzo si è isolato dal mondo, mentre Pietro, il cantante, ha condiviso ogni giorno la sua quarantena sui social con gli altri e ha fatto tantissima attività fisica e corsette con il cane.

Il brano successivo riprende la voglia di combattere il distanziamento sociale e di ballare, amare e prendersi cura l’uno dell’altro. “Technicolor” è anche il singolo che ha anticipato di una settimana l’intero progetto, che sintetizza il fatto che la musica ha la condivisione alla base. Come reagisce solitamente il vostro pubblico a questo pezzo? Peculiarità di questo brano è anche l’utilizzo di entrambe le lingue inglese ed italiano. Come mai questa scelta? Che significato ha per voi il linguaggio?

Sono più di sei mesi che dopo ogni concerto ci chiedono come si chiama questo pezzo. Technicolor è sicuramente molto apprezzato da nostro pubblico, possiamo dire che è un po’ il tormentone dei Tropea: c’è il balletto della Mossa, la melodia da cantare, e ai live il pubblico è sempre preso bene quando lo suoniamo. Siamo stati onorati che Kevin Cole lo abbia voluto con Song of the Day per la famosa radio americana di Seattle KEXP. Technicolor è un brano speciale con due lingue al suo interno, ma per noi il linguaggio è puramente un mezzo per veicolare i nostri concetti e far fluire la musica. Andando avanti ci siamo resi conto che poco importa se un testo sia scritto in italiano o inglese, o addirittura nel caso di Perdu À Singapour ASMR che è cantata sia in francese che in cinese. Ci siamo stufati di coloro che ci chiedono “Ma perché non cantate in I T A L I A N O ? ? ?” perché i Tropea cantano anche in italiano, ma non solo. Se ci andrà canteremo anche in un’altra lingua, per provare che questo tipo di distinzioni non hanno senso. Tutte le identità di genere sono in continua evoluzione e si sgretolano, non vediamo perché questa cosa dell’unica lingua con cui cantare debba ancora rimanere in piedi.

L’outro dell’EP, “Segnore”, è una bonus-track che, dopo un lungo viaggio introspettivo, ci riporta alla normalità e ci fa comprendere che i Tropea sono anche questo. Quand’è nato questo audio? Come mai avete scelto di riportarlo nel progetto?

Segnore è stata la prima cosa che Pietro ha registrato quando ci siamo ritirati a Serole, in Piemonte, prima del lockdown, nella casa di campagna dove prendono forma le nostre registrazioni, a partire dai tempi di Lost In Singapore. Una volta montato tutto l’equipaggiamento per registrare, Pietro ha effettuato un check del microfono e del Jx-03, registrando per l’appunto Segnore, che è una parola che utilizziamo tra di noi, un nostro modo di dire.

Per salutarci, ci sono degli ascolti che vi hanno particolarmente influenzato nella realizzazione del lavoro e che vi andrebbe di consigliarci?

Might Delete Later è caratterizzato in particolare da ascolti e influenze post-punk e new wave, in parte sedimentate nel nostro inconscio ed in parte portate alla luce volontariamente, ispirandoci a dei brani particolari o più in genere a quel vibe un po’ scuro, malinconico, ma al tempo stesso frizzante che ha caratterizzato la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Warfarin è nato dopo aver ascoltato più volte The Headmaster Ritual dei The Smiths, mentre in Drama Kid c’è un’esplicita citazione ed omaggio all’assolo di chitarra di Another Brick In The Wall dei Pink Floyd.

Di Stefano Rizzetto

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