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Chuck Berry – Rockin’ At The Hops

Per la rubrica Alta Fedeltà, direttamente dalla mia collezione di dischi: Rockin' Ate The Hops di Chuck Berry

chuck berry rockin at the hops album cover
Data di uscita
1960
Genere
Rock 'n' Roll
Etichetta Discografica
Chess Records
Durata
26:36
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Iniziamo dicendo una cosa: Rockin’ At The Hops non è il miglior album di Chuck Berry.

Allora cosa ci fa nella mia collezione di dischi?
La risposta è semplice: mi sono fatto influenzare da Keith Richards.

Nella sua autobiografia, “Life”, afferma di aver attaccato bottone con Jagger grazie a due vinili che il giovane Mick aveva con se: The Best of Muddy Waters e Rockin’ At The Hops.

Detta così sembra un cattivo disco, affatto, anzi presenta una notevole voglia di sperimentazione da parte di Berry, alternata, si, a pezzi che sembrano gli scarti dei precedenti dischi.

Analizziamo il periodo storico.

Ci troviamo nel 1960, Chuck Berry viene dal successo di “Is On Top” del 1959 con cui il cantante e chitarrista originario del Missouri si era fatto conoscere al grande pubblico, ed è appena stato arrestato.
Si, esatto, nel Dicembre del ’59 viene accusato di aver avuto rapporti sessuali con una minorenne e condannato a cinque anni di carcere.
Ovviamente la sua popolarità ne risentì e nessun singolo di Rockin’ At The Hops riuscì ad entrare nella top 40.

Si parlava di sperimentazione.
Per la prima volta l’inventore del Duck Walk ospita nel suo album canzoni scritte da altri artisti, che vanno a stravolgere il suo stile, allontanandolo dal classico Rock ‘n’ Roll degli anni ’50 e toccando nuovi generi come Blues, Jazz e Surf Rock.

I dodici brani non superano mai i tre minuti risultando veloci e coinvolgenti.
Alcuni sono in pieno Berry Style, come “Bye Bye Johnny” sorta di sequel di Jonny B. Goode (la conoscete, dai… Ritorno al Futuro!), “Let it Rock” e “I Got To Find My Baby“.

Altri invece non rientrano nella sua comfort zone, come Worried Life Blues e Driftin’ Blues dove Berry prova a fare il B.B. King, senza sfigurare.

In “Childhood Sweetheart” e “Broken Arrow” viene alzato un po’ il piede dal pedale, insomma non siamo più di fronte a un twist scatenato, ma a un lento da liceo americano.

Rockin’ At The Hops è utile a conoscere un altro lato di Chuck Berry e rappresenta una svolta, seppur negativa, nella carriera dell’artista.
Dopo il periodo buio della reclusione forzata verrà rilanciato al successo dall’ondata britannica appassionata del suo sound, Betales e Rolling Stones su tutti.

Tornerà a pubblicare altri successi di critica e pubblico come “No Particular Place To Go” e “You Never Can Tell” (la conoscete, dai… Pulp Fiction!) rinforzando la sua posizione di padrino del Rock.